Testimonianze: carcinoma della prostata


E’ iniziato tutto quando il mio medico di famiglia è andato in pensione tre anni fa. Il mio nuovo medico mi ha prescritto una serie di analisi, che sono risultate tutte normali tranne una. Il test chiamato PSA aveva dato esito positivo, con un valore pari a 5. Sul foglio dei risultati, il laboratorio indicava che i valori normali del PSA sarebbero dovuti essere inferiori a 4.

Non conoscevo il significato di questo esame. In effetti, non ne avevo mai sentito parlare prima d’ora. Il mio nuovo medico di famiglia mi ha detto che era solo leggermente elevato e che probabilmente non c’era da preoccuparsi. Allo stesso tempo però mi ha consigliato di farmi visitare da un urologo.

Essendo stato tranquillizzato, non ho preso in considerazione la visita urologica. Mi è però capitato di parlarne con mia figlia, che, conoscendo diverse persone in ambito sanitario, si è rivolta ad un suo amico epidemiologo, che per pura casualità stava scrivendo un articolo proprio su vantaggi e svantaggi dello screening con il PSA.

Ho quindi avuto modo di telefonare e chiedere consiglio a questa persona e mi sono reso conto, dopo la conversazione, di essermi catapultato nel bel mezzo di una delle più grandi controversie della medicina contemporanea.

In breve, mi era stato fatto un quadro alquanto sgradevole della situazione. Avevo compreso questo:

l’analisi del sangue del PSA misura una sostanza che viene prodotta dalla prostata, sia in condizioni normali che in presenza di malattie come il cancro; solo una minima quantità di questa sostanza sfugge alla prostata per entrare nel sangue in condizioni di normalità, così che elevati livelli di PSA potrebbero rappresentare un segno della presenza di un cancro della prostata; ma, allo stesso tempo, un PSA elevato non necessariamente indica sempre la reale presenza di un cancro; comunicare ad una persona con un livello anormale di PSA che potrebbe avere un cancro, la porterà ad eseguire altri fastidiosi esami diagnostici per escludere o confermare la presenza del cancro; nel caso venisse confermata la diagnosi di cancro alla prostata, l’interessato, su consiglio dell’urologo, dovrà decidere se e in che modo intervenire; se decide di intervenire, nessuna delle opzioni terapeutiche oggi a disposizione è efficace per tutti i malati allo stesso modo e tutti i tipi di cura possono avere degli effetti collaterali a dir poco spiacevoli, come l’incontinenza o l’impotenza; in ogni caso, il cancro della prostata non è necessariamente fatale, in quanto le autopsie mostrano che quasi la metà degli uomini che muore per altre cause ha delle aree cancerose nella prostata.

Alla fine della conversazione ero molto confuso. In pratica, mi era stato detto: perché sottoporre indiscriminatamente tutti gli uomini sani al test del PSA, il che spesso li fa entrare in un circolo vizioso di ulteriori esami, che a loro volta, se positivi, portano a dover scegliere tra una serie di opzioni terapeutiche, nessuna delle quali è al cento per cento risolutiva ?

Se prima avvertivo solo una minima sollecitudine ad andare da un urologo, dopo questo colloquio la voglia era passato del tutto. Ho continuato la mia vita normale ma dopo un certo periodo di tempo la storia del PSA mi è tornata in mente. Questa volta ho preso l’iniziativa da solo e mi sono rivolto ad un collega di lavoro, che sapevo essere molto informato sulle metodiche di prevenzione. Il mio collega mi ha prestato un opuscolo sul cancro della prostata, dal quale ho tratto una nozione fondamentale.

Il cancro della prostata è molto frequente ma, paradossalmente, solo pochi uomini muoiono a causa di esso. L’ipotesi scientifica è che il tumore della prostata in molti casi non presenta un elevato grado di aggressività come invece altri tumori, ad esempio quello dei polmoni. Mi sono allora chiesto se questo non potesse essere dovuto al fatto che molti tumori della prostata vengono diagnosticati in persone anziane, le quali vanno incontro al decesso per altre cause, prima ancora che il cancro abbia avuto modo di dar segno di sé. Questo non mi ha rassicurato affatto in quanto all’epoca avevo 63 anni e godevo di ottima salute.

Ho deciso quindi di ripetere l’esame del PSA. Avendo il dubbio che l’analisi non fosse stata accurata, ho voluto ripetere l’esame per ben due volte in due laboratori diversi. Sfortunatamente i risultati non erano quelli che avevo sperato: 5,6 nel primo caso e 5,9 nel secondo. Nonostante le trascurabili variazioni, tutti gli esiti del PSA erano risultati al di sopra dei valori normali tra 0 e 4.

I risultati di queste analisi hanno posto fine alle mie riluttanze ed ho preso appuntamento da uno specialista urologo. L’urologo ha innanzitutto esaminato la mia prostata con il dito e mi ha detto di non aver sentito nulla di particolare. Considerando i valori alterati del PSA mi ha comunque consigliato di eseguire una biopsia, che ho eseguito qualche giorno dopo. L’esame bioptico è risultato essere fastidioso ma non particolarmente doloroso. La mia ansia era rivolta più agli esiti dell’esame microscopico della biopsia che alla esecuzione della biopsia stessa.

Qualche giorno dopo ho ricevuto la telefonata dell’urologo, che mi comunicava la risposta dell’esame istologico: si trattava di un cancro. Mi ha informato che era localizzato prevalentemente nel lobo destro della prostata e che era moderatamente aggressivo. Poi, anche una buona notizia, se la si può chiamare tale: vi erano scarse probabilità che il cancro fosse già diffuso oltre i limiti della prostata.

Ho preso appuntamento e sono andato a discutere cosa fare con l’urologo. Mi ha illustrato diverse possibilità: l’asportazione chirurgica della prostata, la radioterapia o, anche, non fare nulla controllando il decorso della malattia ed intervenendo eventualmente in un secondo momento. Quest’ultima l’ha chiamata eufemisticamente “sorveglianza attiva”. Mi ha spiegato che sulla base delle caratteristiche del tumore, delle mie condizioni generali, della mia età ed aspettativa di vita l’opzione più ragionevole per eliminare il tumore sarebbe stato l’intervento chirurgico. Mi ha fatto intendere che le altre possibilità terapeutiche mi avrebbero offerto una minore probabilità di farmi sopravvivere a lungo termine, se confrontate alla chirurgia. Mi ha descritto le conseguenze e possibili complicanze dell’intervento chirurgico, ma mi ha anche rassicurato dicendomi che si sarebbe comunque potuto fare qualcosa contro ciascuna di esse. L’urologo mi ha anche consigliato, se avessi voluto, di chiedere ulteriori opinioni ad altri specialisti.

L’ho preso in parola. Fortunatamente il cancro della prostata è completamente asintomatico nelle sue fasi iniziali ed il fatto che quello di cui mi ero ammalato era solo moderatamente aggressivo, mi ha concesso il tempo di informarmi presso altri due specialisti e di raccogliere materiale attraverso Internet. Gli altri due urologi che ho consultato mi hanno confermato più o meno le stesse cose del primo specialista, sebbene non mi abbiano dato quella sensazione di fiducia come era avvenuto con il primo.

Ho deciso di prendermi un po’ di tempo per riflettere su cosa fare. Mi era stato ribadito più volte che il tumore della prostata è a lento accrescimento e questo giustificava il mio periodo di riflessione. Fortunatamente la mia vita continuava ed il lavoro mi distoglieva dal pensiero di avere un cancro.

Le informazioni raccolte attraverso Internet erano molteplici, ma spesso aggiungevano confusione ai dubbi già presenti. Ogni specialista - urologo, oncologo, radioterapista – favoriva il proprio approccio terapeutico. Tra le righe degli scritti riuscivo quasi a percepire i disaccordi tra gli specialisti, mascherati da parole rispettose e falsamente cortesi per le opinioni altrui. Ognuno difendeva la propria posizione. Gli urologi sono innanzitutto chirurghi ed hanno di conseguenza una preferenza naturale per la chirurgia. Era come in un’opera: il tenore cantava sempre tenore, il basso sempre basso ed il baritono sempre baritono.

Nel frattempo un mio amico mi aveva consigliato di eseguire una ecografia della prostata per verificare l’estensione del tumore. L’ecografista, dopo averla fatta, mi ha messo in allarme, dicendomi che probabilmente il tumore aveva già oltrepassato la capsula della prostata. Ha inoltre aggiunto che sarebbe stato il caso di eseguire una TAC, o, ancora meglio, una risonanza magnetica.

A questo punto sono tornato dal primo urologo per chiedere delucidazioni. Con estrema calma mi ha spiegato che i risultati delle ecografie sono molto ambigui. Sebbene sia una metodica molto sensibile nel valutare le malattie della prostata, manca allo stesso tempo di specificità nel precisare di quale tipo di alterazione si tratti, allarmandoci spesso inutilmente. In altri termini, mi ha fatto intendere che frequentemente molti tumori iniziali non vengono visti all’ecografia ed altrettanto frequentemente molte lesioni viste in ecografia non sono in realtà tumori. Ha aggiunto inoltre che, per i tumori della prostata, a differenza di altri tumori, né la TAC né la risonanza magnetica sono in grado di diagnosticare o escludere la presenza di un cancro allo stadio iniziale. Mi ha detto che gli urologi si basano su dei modelli statistici integrati in nomogrammi per valutare le probabilità della presenza di metastasi nei tumori della prostata. Facendo riferimento a queste tabelle mi ha ribadito che sulla base dei miei valori relativamente bassi di PSA, del parametro di moderata aggressività delle cellule tumorali all’esame microscopico della biopsia e del fatto che alla palpazione della prostata non aveva sentito particolarità, il mio rischio di disseminazione del tumore oltre la prostata era da considerarsi irrilevante.

Avevo preso ormai la decisione di intervenire, ma ero in dubbio tra l’operazione e la radioterapia. Delle tre opzioni propostemi, avevo nel frattempo escluso la cosiddetta “sorveglianza attiva”, vista la mia “giovane” età. Avendo davanti a me ancora una ventina di anni di vita probabilmente il tumore avrebbe, se non subito allora fra qualche anno, incominciato a crescere, se lasciato a se stesso, e mi avrebbe procurato dei problemi. Avendo sinora parlato solo con urologi volevo sentire l’altra campana, il radioterapista. I miei timori riguardo l’intervento chirurgico erano rivolti alle sue potenziali complicanze: l’incontinenza e l’impotenza.

Lo specialista in radioterapia al quale mi sono rivolto mi ha dato l’impressione, come tra l’altro mi aspettavo, di tirare acqua al proprio mulino. Mi ha spiegato che la radiazione sarebbe stata applicata dall’esterno sull’area interessata, quindi a livello della prostata e degli organi circostanti, con ottime probabilità di eliminare tutte le cellule cancerose. Che avrei così evitato l’intervento chirurgico, l’anestesia ed il ricovero in ospedale, dato che la radioterapia è una procedura ambulatoriale. Sarei dovuto tornare 5 giorni ogni settimana per 5-6 settimane ed avrei eseguito sedute di 20-30 minuti ciascuna. Mi ha illustrato gli effetti collaterali della radioterapia in maniera un po’ sbrigativa, come se fossero inesistenti o comunque trascurabili: l’irritazione della vescica, un senso di fastidio al retto, una lieve incontinenza transitoria e, qualche volta, una impotenza che si sviluppa gradualmente durate un periodo di 6-12 mesi. Ha aggiunto che questi problemi si sarebbero in qualche modo potuti evitare con una nuova tecnica, chiamata brachiterapia, in cui si impiantano capsule radioattive all’interno della prostata, così che la radiazione viene emessa dall’interno del corpo piuttosto che da una fonte esterna. Mi ha però anche detto che si tratta di una procedura ancora in fase di definizione, perlomeno in Italia, limitata a casi selezionati, e che se ci fosse stato anche il minimo dubbio di una disseminazione del tumore all’esterno della prostata, la brachiterpia non sarebbe stata efficace.

Dopo il colloquio con il radioterapista sono tornato con la mente al rapporto di fiducia che avevo instaurato con il mio urologo. Mi ero ormai convinto a sottopormi all’intervento chirurgico. Volevo il massimo per poter essere curato a costo di correre dei rischi maggiori per quanto riguardava le eventuali conseguenze. In particolare, ciò che temevo di più era l’impotenza. Il mio urologo mi aveva rassicurato dicendomi che, se fosse stato possibile, durante l’intervento avrebbe risparmiato i nervi responsabili della potenza sessuale. Mi aveva anche spiegato che la funzione erettiva è molto complessa e che, anche se fosse riuscito a risparmiare i nervi, avevo solo un cinquanta per cento di probabilità di mantenere l’attività sessuale nonostante l’ausilio di farmaci come il Viagra. Avevo comunque deciso di correre questo rischio pur di salvare la vita da un cancro che avevo la sensazione stesse crescendo. Ho chiamato il mio urologo e mi sono fatto mettere nella lista dei pazienti in attesa d’intervento.

L’esperienza in ospedale è stata meno traumatica di quanto avessi previsto. La mia più grande preoccupazione era rivolta al dolore dopo l’operazione. E’ stata una sorpresa a dir poco piacevole la sua quasi completa assenza. L’unico fastidio, dopotutto trascurabile, era dovuto al catetere vescicale. Mi era stato spiegato che lo avrei dovuto tenere per qualche giorno per permettere alla ferita interna di guarire. Il giorno dopo l’intervento ero già in piedi e due giorni dopo ho ripreso a mangiare. Sono rimasto in ospedale 7 giorni in tutto. Alle dimissioni la più bella notizia: l’esame microscopico definitivo della prostata aveva confermato quello che il mio urologo già sospettava, cioè che il tumore non aveva oltrepassato la capsula della prostata. Le mie probabilità di guarigione definitiva erano molto alte.

Dopo qualche giorno sono tornato in ospedale per farmi rimuovere il catetere. Tornato a casa ho incominciato a disperarmi credendo di essere diventato incontinente. I primi giorni sono stati molto difficili sopratutto dal punto di vista psicologico: perdevo urina senza rendermene conto, specialmente quando mi alzavo da una sedia o sollevavo qualcosa di pesante. Di giorno in giorno mi accorgevo però che la situazione stava migliorando. Di notevole aiuto mi sono stati gli esercizi di fisioterapia per i muscoli della continenza, che mi erano stati insegnati dopo le dimissioni dall’ospedale. Ho portato dei pannolini per alcune settimane ma erano soprattutto per una mia sicurezza psicologica piuttosto che per reale necessità. Per quello che riguarda la conseguenza più temuta, ho dovuto prendere il Viagra per un certo periodo di tempo ma dopo qualche mese la mia funzione sessuale si è del tutto ripristinata. Oggi è come se non fosse mai successo nulla. Il controllo del PSA ad intervalli regolari è l’unico evento della mia vita che mi ricorda di essermi ammalato di cancro alla prostata.

La mia esperienza mi ha portato a trarre alcune conclusioni e, nel mio piccolo, mi permetto di dare qualche consiglio.

In primo luogo, ogni uomo di mezza età dovrebbe eseguire regolarmente il test del PSA come se fosse il prelievo per il controllo del colesterolo. Nonostante i dibattiti, penso che l’uso del PSA come metodica di screening sia assolutamente da incoraggiare. Con il senno di poi, non riesco più a comprendere le argomentazioni dell’epidemiologo amico di mia figlia. Mi disse che era un esame non del tutto accurato, ma quale indagine oggi in medicina lo è? Mi disse che in caso di valori anormali mi sarei ritrovato nel bel mezzo di una serie di eventi a cascata inarrestabili, al cui termine ci sono opzioni terapeutiche non del tutto sicure di eliminare il tumore e con potenziali conseguenze invalidanti per la qualità di vita. Ma allora, usando gli stessi argomenti, non dovremmo rinunciare alla mammografia o a tutti i test preventivi che milioni di persone a questo mondo eseguono? Tutti questi esami, compreso il PSA, salvano la vita a migliaia e migliaia di persone. Non eseguirli significa negare il progresso della medicina. Sarebbe come bendarsi gli occhi e tapparsi le orecchie facendo finta che queste malattie insidiose non esistano.

In secondo luogo, se scoprite di avere un cancro alla prostata, siete relativamente giovani e godete di buona salute, non trascuratevi. Il tumore della prostata cresce, sebbene molto lentamente, ed è meglio colpirlo efficacemente con l’arma migliore che abbiamo a disposizione. Quest’arma non è uguale per tutti. Nel mio caso è stata l’operazione. Per altri può essere la radioterapia, per altri ancora può essere la sorveglianza attiva. Informatevi, chiedete opinioni a diversi specialisti, poi andate dal medico più preparato e che vi ha dato più fiducia.

In terzo luogo, siate consapevoli che bisogna accettare dei compromessi pur di guarire da un cancro. Nel mio caso è andata bene, per la competenza del mio urologo. Non soffro né di incontinenza né di impotenza. Ma ad altri potrebbe andare diversamente. In questi casi bisogna tenere a mente una cosa fondamentale: l’obiettivo primario è di sconfiggere la malattia. E che a qualsiasi tipo di terapia per combattere il cancro potrebbero seguire conseguenze spiacevoli per la qualità di vita. Queste sono però, a mio avviso, un prezzo insignificante da pagare rispetto alla vita.

Sono passati 2 anni e mezzo e sette esami del PSA dal giorno dell’intervento. La mia vita, il mio benessere fisico, le mie funzioni fisiologiche, la mia energia sono rimaste uguali a come erano prima dell’operazione. Ogni sei mesi eseguo il test del PSA ma rimango fiducioso. So di aver combattuto e vinto la battaglia contro il cancro della prostata.